Fonte Aretusa - SIRACUSANDO Il Portale di Siracusa

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Fonte Aretusa

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È una storia di miti e di leggende che ha riempito le pagine della letteratura di ogni tempo. Da Pindaro a Silio Italico, da Virgilio a Pindemonte. da Ovidio ai contemporanei, la storia della letteratura ha un continuo ritrovarsi dinanzi alla leggenda della ninfa Aretusa.
Leggenda a cui neppure gli storici seppero rinunziare, così da Cicerone a Fazello, da Edrisi a Mirabella, la Storia di Sicilia si proietta affascinata tra il mito e la realtà della celebre fonte. Nell'avventura di Alfeo, misteriosamente celata dalle acque del Mediterraneo, c'è il grande bisogno degli isolani della colonia di sentirsi legati alla madre patria, anche se da una leggenda. «Alfeo vien da Doride intatto, infin d'Arcadia per bocca di Aretusa e mescolarsi con l'onde di Sicilia» (Virgilio).
«La fonte cambiò di colore per effetto dei sacrifici dei buoi fatti ad Olimpia» (Strabone). Alfeo, secondo il sentimento popolare, accorcia le distanze tra la Grecia e Siracusa e addirittura in certe occasioni diviene portatore diretto di notizie e di fatti. Sentire le sue acque gorgogliare nella bocca d'Aretusa significava per i sicelioti sentire respirare la stessa patria natia. Che i coloni si sentivano fortemente legati alle proprie città d'origine è documentato anche dal particolare senso di nobiltà e di pregio che essi davano alla propria radice greca. Al tempo dei romani la fonte veniva descritta come «fons... plenissimus piscium, qui fluctu totus operiretur, nisi operiretur, nisi munitione ac mole lapidam diiuncutus esset a mari» (Cicerone).
Nel Medioevo fu vista come «meravigliosa sorgente che s'appella An Nabbudi» (Edrisi Geografo arabo vissuto nel sec. XII. Viaggiò a lungo in Spagna e nell'Africa centrosettentrionale come dimostrano le scrupolose notizie che da di questi luoghi nei suoi scritti. Per incarico di Ruggero II iniziò nel 1138-1139 la compilazione di un'opera che illustra tutti i paesi del mondo allora conosciuti, intitolata «Sollazzo per chi si diletta a girare il mondo», chiamata dagli eruditi arabi «Il libro di Re Ruggero». Per la compilazione del libro Edrisi impiegò 15 anni).
Nel 1558 il Fazello , dopo le opere di trasformazione operate dagli spagnoli per innalzare il bastione di Santa Maria della Porta (1540), la ritrovò degna di meraviglia: «...verso ponente è il grandissimo e celebratissimo fonte d'Aretusa, che è bagnato dall'onde del porto maggiore, il quale uscendo fuori di sassi e caverne, subito sbocca in mare...», «...molti di quei rivi, che escono da diversi luoghi, e che vanno sparsi, qua e là, e che a guisa di fiumi servono alle botteghe delle conce de' corami (concia dei cuoiami, molto diffusa in quel periodo a Siracusa), congiunti insieme, facevano un grandissimo lago, il quale essendo di giro l'ottava parte di un miglio, si distendeva dalla bocca d'onde esce adesso, per fino al fonte, il quale al mio tempo si chiamava da' Canali, come si può vedere ancora per alcuni vestigi d'acque, e di acquedotti, dove già era l'antica porta chiamata d'Aretusa, secondo Livio, benché al mio tempo si chiami la porta de' Zuccheri (Saccariorum. Il Pirri scrivendo in latino chiamò la porta «Saccaria», nome che il Capodieci tentò di spiegare supponendo che da essa i militi romani entrarono in Ortygia e diedero il sacco alla città), dalla quale Marcello prese l'isola... Essendo questa porta integra e murata con antichissime e maravigliose pietre, e tra tutte le porte antiche fusse rimasta sola, già venti anni sono per fortificare la città fu serrata, e perde in un tratto l'uso, la forma e '1 nome. Ma quella che oggi mena altri verso il fonte Aretusa, dedicata a Santa Maria del Porto (è un errore del Fazello, infatti cinquant'anni dopo il Mirabella, in «Dichiarazione della pianta delle antiche Siracusa» dato a Napoli nel 1613, la chiamerà Nostra Signora della Porta), pochi anni sono fu aperta, non ve n'essendo prima stata alcuna. Perché un tempo fa l'acqua del fonte Aretusa bagnava le sue mura di fuori, e di dentro era fatta a scalini grandissimi di pietra, che son oggi coperti dalla terra, su pe' quali andavano i Siracusani a pigliar l'acqua, che surgeva dentro la città. Ma essendosi poi divisa Aretusa in più rami, e rampolli in successo di tempo, diede occasione, che quivi si facesse quella porta»,
«Non molto lontan dal fonte Aretusa, nel mezzo del mare sorge una fontana d'acqua dolce, e getta l'acqua fuori dal mare, ed è chiamata dal volgo, occhio di Cilica» (o anche della Ziilica). «Il fonte d'Aretusa adunque era già grande, e vi si poteva pescare, ed era circondato da grandissime pietre, murate con bellissimo ordine, intorno alle quali, essendo gittate molto bitume, e pegola, si ribattevano indietro l'onde del mare senza sentir nocumento alcuno, delle quali pietre si vedono ancora oggi molte riliquie. Perché al mio tempo si vedevano sopra queste rovine bituminose, e impegolate, edificate case, e botteghe di coloro che attendevano alla concia de' corami, le quali essendo state rovinate, vi si fecero tortissimo baluardo, per difesa della città»
Secondo il Privitera la Chiesa e il Campanile di Santa Maria della Porta citati dal Fazello, caddero col terremoto del 1693 e non furono mai riedificati. Secondo il Mauceri il sito della Chiesa è localizzabile nel lato sud dell'attuale Casa Politi.
Nel Settecento facendo riferimento all'incisione del paesista Chatelet, la fontana non era altro che un lavatoio tra le macerie. Il Capodieci ne parla a proposito della vendita dei mulini. Il Privitera, dopo i lavori del 1847, ce la descrive com'è attualmente. Quest'ultimo da pure notizia che nel 1571, chiudendo dentro le fortificazioni la fontanella de' Saccari» che sorgeva sul lido per comodo dei naviganti», fu costruita per il medesimo uso la Fonte degli Schiavi alla Marina.
La fonte Aretusa, così come bene aveva intuito il Bonanni («Delle antiche Siracuse», 1624) e così come bene ha documentato il Mauceri è in effetti uno dei tantissimi sfoghi della falda freatica iblea, la stessa che alimenta la fonte Ciane dal lato opposto del Porto Grande. Tali acque determinarono la scelta dell'isola di Ortygia per l'insediamento dei colonizzatori di Corinto. I greci non avrebbero mai edificato una città in un luogo privo di fonti .
C'era una volta, una ninfa di nome Aretusa, molto bella, dai folti capelli neri, che dedicava la sua vita a Diana, la dea della caccia. Era bella ma modesta e dava poco valore all'aspetto esteriore.
C'era una volta, un dio di nome Alfeo, giovane, bello, fiero e spavaldo che abitava in un fiume. Ci sono tutti gli ingredienti della fiaba: la bellezza, la giovinezza a cui si aggiungerà l'amore.
Aretusa è una ninfa dell'Elide che in un giorno di calura si immerge nelle acque del fiume in cui abita Alfeo che se ne innamora e vorrebbe farla sua. Ma Aretusa fugge spaventata, inseguita dal giovane e quando si vede perduta, invoca Diana che la tra- sforma in fiume. Anche Alfeo ridiventa fiume e la insegue. Scorrono nel mar Ionio e riemergono nella costa siracusana là dove oggi si trova la fonte: Alfeo unisce le sue limpide acque a quelle di Aretusa in un punto del Porto grande detto "Occhio della Ziilica".
Questo mito dei giovani innamorati è raccontato da Ovidio nelle "Metamorfosi" ma ha ispirato tanti altri poeti antichi, come Ibico, Pindaro, Teocrito, Virgilio e moderni, come Carducci, D'Annunzio, Milton, Shelley e Quasimodo che hanno cantato la bellezza di questo amore simboleggiante il legame dei coloni alla Grecia lontana, il trapasso della cultura ellenica in Sicilia.
La fonte si trova nell'estremità occidentale dell'isola di Ortigia e costituisce il motivo fondamentale per cui i coloni greci si insediarono in quel sito. Essi conoscevano già l'esistenza della fonte dal vaticinio dell'oracolo di Delti ad Archia. Pausania, Cicerone e molti storici siracusani raccontano le vicende della fonte nel tempo.
Presso la fonte sorgeva la "Porta Aretusa", attraverso la quale, per il tradimento di Merico, i Romani entrarono in città nel 212 a.C. Essa era anche chiamata " Saccaria" o "Saccariorum" perché la città nel 1550 aveva un importante commercio dello zucchero. Vicino alla fonte sorgeva il baluardo di S. Maria della Porta. La porta venne chiusa entro le fortificazioni fatte fare da Cario V, e subì le conseguenze di vari terremoti. Nel 1700 la fonte attraversa un periodo di degrado: molti viaggiatori italiani e stranieri lamentano che fosse ridotta a un lavatoio, popolato da donne vociami, e che le acque, un tempo limpidissime, avessero perduto il loro splendore. Eppure essa continua ad esercitare un fa- scino particolare e c'è qualcuno che sostiene che porti fortuna, come appare chiaro dalla lettera inviata nel giugno del 1798 al Senato siracusano dall'Ammiraglio Nelson, che nelle acque di Aretusa, immagazzinate durante una sosta delle navi dirette in Egitto, riponeva la speranza della vittoria.
Nei primi anni dell'Ottocento, come risulta da vari documenti conservati nell'Archivio di Stato, sono molte le lamentele da parte di abitanti del posto che temono un eventuale crollo del costone roccioso e chiedono che si proceda a lavori di accomodo, ma si lamentano pure le lavandaie che temono di perdere il lavoro.
Sotto la sindacatura del barone Borgia, "venne tolto quell'oscuro ridotto di garrule e disoneste lavandaie, in cui era stato da tempo mutato il celebre fonte Aretusa, e si die una forma di semicerchio al bacino, ora adorno delle piante rigogliose del siracusano papiro, popolato di pesci natii e di uccelli acquatici ed abbellito di sopra di pilastri intagliati a fregi e di ringhiere" (Privitera, Storia di Siracusa,
Le acque dell'Aretusa, come quelle del Ciane e dell'Anapo, hanno origine dalla gran massa pluviale assorbita dai monti Iblei. Attraversando terreni calcarei, spesso fragili e permeabili, le acque si incanalano sotto terra e ricompaiono in superfice appena incontrano un terreno roccioso poco permeabile. La fonte Aretusa sgorga a circa 0,65 m sul livello del mare, essa risente dell'influenza delle stagioni, delle alluvioni e di tutti quei fenomeni che nel territorio si possono verificare. Durante il terremoto del 1169, la fonte seccò per qualche giorno; quando le acque ricomparvero, erano salmastre; nel 1506 scomparvero e diedero vita a molte altre fonti, nel 1623 crebbero per 3 giorni fuori misura, nel 1793, a causa di alcune alluvioni, cominciarono a scorrere per 3 giorni torbide per la terra; nel 1870, essendo piovuto poco per parecchi anni, le acque dell'Aretusa e di tutte le altre sorgenti e dei pozzi vicini, scomparvero per ricomparire e scorrere normalmente col ritorno delle piogge.
Le condizioni della fonte oggi non attirano certo l'ammirazione dei visitatori, infatti le acque non sono sempre limpide, i ciuffi di papiro a volte poco rigogliosi, i rampicanti rinsecchiti e le pareti sgretolate; i cefali nuotano stanchi e sembrano annoiati dei nostri eterni discorsi. Solo le paparelle, care ai vecchi siracusani che amano "a fumana rè papiri" continuano a starnazzare tranquille fin quando qualche teppista di turno non tirerà loro il collo per divertimento!
Su una parete della fonte una lapide ricorda i versi di Virgilio, un gruppo bronzeo dello scultore Poidomani, raffigurante Alfeo ed Aretusa è collocato in uno spazio antistante la vasca. Una nota splendida è l'albero piantato nel 1700; un ficus detto proprio "ficus aretuseò" per ricordare ancora la ninfa bella e inaccessibile che Cimone ed Eveneto raffigurarono nelle loro meravigliose monete.

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