Castello Eurialo - SIRACUSANDO Il Portale di Siracusa

28/11/2018
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Castello Eurialo

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L'assedio ateniese, aveva dimostrato la vulnerabilità di Siracusa in tutto il settore nord-ovest, dove la presenza del vasto altopiano delle Epipole, che domina la città, rendeva agevole l'attacco da posizione favorevole e il blocco delle principali vie di accesso. Diodoro Siculo ci ha tramandato con molti dettagli l'iniziativa di Dionigi il Vecchio che, nel 401 a. C., al momento di iniziare una campagna contro i Cartaginesi, volle premunirsi, dando inizio all'opera ciclo- pica di chiudere entro un'unica linea di mura l'immenso pianoro (Diodoro, XIV 18, 2-7).
« Avendo visto che durante la guerra con Atene la città era stata bloccata da un muro che andava da mare a mare, temeva, in casi analoghi, di venir tagliato fuori da ogni

comunicazione con il territorio circostante: vedeva bene, infatti, che la località chiamata Epipole dominava la città di Siracusa.
Rivoltosi ai suoi architetti, in base al loro consiglio decise di fortificare le Epipole con un muro, ancora oggi conservato nella zona intorno all'Exapylon (le " sei porte "). Questo luogo, rivolto a Settentrione, interamente roccioso e a picco, è inaccessibile dall'esterno. Desiderando che le mura fossero costruite con rapidità, fece venire i contadini dalla campagna, tra i quali scelse gli uomini migliori, in numero di 60.000, e li distribuì lungo il settore di muro da costruire. Per ogni stadio designò un architetto e per ogni pietre un mastro muratore, a ciascuno dei quali assegnò 200 operai. 6.000 gioghi di buoi erano impiegati nel luogo designato. L'attività di tanti uomini, che si applicavano con zelo al loro compito, presentava uno spettacolo straordinario. E Dionigi, per stimolare l'entusiasmo di questa moltitudine, prometteva grandi premi a coloro che avessero: terminato per primi, specialmente agli architetti, poi anche ai mastri muratori, infine agli operai. Egli stesso, con i suoi amici, assisteva ai lavori per intere giornate, ispezionando ogni luogo e facendo sostituire quelli che erano stanchi. In breve, rinunciando alla dignità del suo ufficio, si riduceva a un rango privato, e assoggettandosi ai lavori più pesanti, sopportava la stessa fatica degli altri: ne nacque di conseguenza una grande emulazione, e alcuni aggiungevano .anche parte della notte alla giornata lavorativa. Tale era l'entusiasmo di quella massa di lavoratori. Di conseguenza, il muro fu terminato, al di là di ogni speranza, in 20 giorni: esso era lungo 30 stadi, e di altezza proporzionata, e così robusto da esser considerato imprendibile. Vi erano alte torri a intervalli frequenti, costruite con blocchi lunghi 4 piedi, accuratamente giuntati ».
Questi lavori riguardano evidentemente solo la parte nord delle Epipole, il lato cioè più sguarnito, e che era più urgente fortificare: la lunghezza di questo muro, 30 stadi (probabilmente stadi attici di 177,6 m), corrisponde a circa 5528 m. Si tratta di una indicazione notevolmente precisa, poiché la lunghezza delle mura dionigiane nel settore nord, tra il mare e il Castello Eurialo, è di circa 5580 m (Dionigi fornisce evidentemente una cifra tonda). Una conferma della descrizione antica si ricava anche dalla tecnica di costruzione del muro, che è assolutamente omogenea nel settore nord (segno evidente di unità di esecuzione), mentre presenta differenze notevoli negli altri settori, che sembrano realizzati in tempi più lunghi, e con maestranze diverse.
I lavori dovettero proseguire negli anni successivi nei settori sud ed est, e furono terminati probabilmente, intorno al 585, poiché Diodoro ne parla in corrispondenza di quell'anno, affermando che la cinta era ormai conclusa, e che era la più ampia esistente in una città greca (XV 15, 5). Le misure ci sono fornite da Strabone (VI 2, 4), per il quale tutta la cerchia di mura misurava 180 stadi, cioè, in stadi attici, poco meno di 52 km. Anche se si tratta ancora una volta di una cifra arrotondata, essa corrisponde con buona approssimazione alla realtà (circa 51 km). Che il settore meridionale non fosse del tutto terminato nel 596 risulta chiaramente da un episodio di quell'anno, quando Imilcione occupò il quartiere esterno dell'Acradina (più o meno corrispondente alla zona del Fusco), e saccheggiò il santuario di Demetra e Kore. Questa zona, particolarmente vulnerabile, fu in seguito protetta da una grandiosa fortificazione, che si staccava dalla portella del Fusco in direzione sud, inglobando gran parte della necropoli. Settori di un grandioso muro, spesso 6 m, furono scavati alla fine del secolo scorso nei pressi del cimitero, ma è probabile che la muraglia in questo settore fosse addirittura doppia. Essa doveva poi continuare lungo il margine della terrazza del Fusco, fino a collegarsi con un altro tratto di muro, visto a nord del cosiddetto ginnasio, e poi con le mura di Acradina.
Il punto più delicato delle Epipole era il loro vertice occidentale, dove il grande pianoro si stringe fìno a formare uno stretto istmo, punto naturale di accesso della terrazza alle spalle di Siracusa. Il nome che veniva dato a questa località, Euryalos, significa forse « largo chiodo », e sembra riferirsi alla forma dell'istmo. Lo troviamo già menzionato a proposito dell'assedio ateniese: da qui infatti gli Ateniesi entrarono due volte sulle Epipole; al momento del primo assalto contro Siracusa, e poi dopo la rioccupazione delle Epipole da parte dei Siracusani, quando Demostene cercò " di riprenderle al nemico (Tucidide, VI 97, 2; VII 43, 3). Anche Gilippo, giunto in soccorso della città, vi entrò dall'Eurialo: segno che questo era il principale accesso per chi provenisse dall'interno dell'isola (Tucidide, VII 2, 4). I Siracusani se ne rendevano ben conto, e lo avevano fortificato già nel corso della guerra contro gli Ateniesi. Fu tuttavia Dionigi, probabilmente, a costruire il primo forte stabile, che assunse lo stesso nome della località. Le sue dimensioni dovevano essere notevoli già nel IV secolo, se nel corso dell'assedio cartaginese del 309 i Siracusani poterono concentrarvi 3.000 fanti e 400 cavalieri (Diodoro, XX 29, 4), che riuscirono a respingere, proprio in grazia della ristrettezza del luogo, il grande esercito nemico. Anche nel corso dell'assedio romano Marcello, pur dopo aver occupato le Epipole, si rese conto che il castello era imprendibile (Livio, XXV 25, 2-5), e tentò di farselo consegnare dal comandante della guarnigione, l'argivo Filodemo. Esichio definisce il luogo come l'acropoli delle Epipole, e Livio ne parla come di un fumulus (collina isolata) o di un'arx (cittadella). È proprio Livio a fornircene la migliore descrizione antica: « Si tratta di una collina isolata nella parte estrema della città, nella direzione opposta al mare, che domina le vie che portano verso l'interno dell'isola, situata in modo particolarmente favorevole a ricevere i rifornimenti ».
I resti attualmente visibili del castello solo in minima parte corrispondono all'originaria costruzione dionigiana: essi sono il risultato di successivi rifacimenti e perfezionamenti, che occupano il lungo periodo di tempo compreso tra la fine del v sec. a. C. e l'assedio romano di Marcello. È anzi probabile che la ristrutturazione definitiva (che non fu completata) appartenga proprio agli ultimi anni di questo periodo: essa si può attribuire a lerone II, il quale, come ricorda Plutarco, si servì ampiamente dei suggerimenti tecnici di Archimede (Plutarco, Vita di Marcello, 14, 8). È quanto mai probabile che le installazioni raffinatissime del castello, che ne fanno la più complessa opera difensiva che ci sia giunta del mondo greco, siano state progettate proprio da Archimede: esse corrispondono infatti allo stadio più avanzato della poliorcetica ellenistica, quale la conosciamo attraverso l'opera di un contemporaneo dello scienziato siracusano. Filone di Bisanzio. Dopo il lungo periodo di pace, corrispondente all'occupazione romana, il castello fu riattato in periodo bizantino, come mostrano alcune tarde strutture superstiti.
Il castello (che occupa una superfìcie di circa 15.000 m2), è preceduto da un piccolo Antiquarium, adattato nella casa del custode, dove sono conservati i più importanti materiali trovati nel corso dei vari scavi, realizzati a partire dal secolo scorso. Vi sono esposti: due gocciolatoi a testa leonina, provenienti dalle torri del mastio centrale, databili ancora entro il IV sec. a. C., e quindi appartenenti a una delle più antiche fasi della fortificazione; un rilievo in cui forse è rappresentata una catapulta (macchina da guerra che fu inventata dagli ingegneri di Dionigi il Vecchio); frammenti di una grande iscrizione greca, trovati davanti alla porta con opera a tenaglia a nord del castello: vi si legge in parte il termine basileus (« rè »), ciò che dimostra un intervento piuttosto tardo, da attribuire ad Agatocle o a lerone II (più probabilmente a quest'ultimo), poiché fu proprio Agatocle il primo dinasta di Siracusa ad assumere il titolo regio.
Le strutture del forte erano precedute da tre fossati successivi. Il primo di questi (A), che non fu mai terminato, è proprio accanto all'Antiquario, ed è lungo 6 m e profondo 4. È stato notato che esso si trova a circa 566 piedi (182 m) dalla fronte del mastio: ciò corrisponde abbastanza bene alle norme di Filone di Bisanzio, il quale afferma che una fortificazione deve essere difesa da non meno di tre fossati, e che il più lontano di questi deve trovarsi a non meno di 535 piedi^in modo da mettere la fortificazione stessa fuori della portata delle balliste più potenti. La maggiore distanza, in questo caso, si spiega con il fatto che le balliste del castello erano collocate su torri a una certa altezza, e la loro portata era di conseguenza maggiore di quella possibile per gli attaccanti, che si trovavano molto più in basso.
Il secondo fossato (B) si trova alla distanza di circa 86 m dal primo; è lungo circa 50 m, largo 22, profondo 7, e ha forma angolare. Nello spazio tra questo e il successivo si vedono resti di mura appartenenti a un'opera avanzata (C). Il terzo fossato (D), il più lungo (circa 80 m, largo al massimo 15,60, profondo 9) ha anch'esso una forma ad angolo, ma rovesciata rispetto al precedente. Questo fossato è sbarrato a nord da un muro (24; che però è forse di età bizantina) e da un terrapieno, sotto il quale furono trovate monete mamertine, che ne dimostrano l'appartenenza agli ultimi restauri di lerone II.
A sud sono tre grandi piloni in opera quadrata (7), destinati a sostenere un ponte levatoio, collegato tramite un corridoio (sotto il. quale sono quattro ambienti: 9) al mastio centrale. Sul lato ovest del fossato sono alcuni ambienti, ai quali si accede da scalinate (5: depositi per provviste?). Sul lato opposto, una serie di aperture con soffitto inclinato verso l'esterno, a visiera, comunica con un lungo corridoio parallelo al fossato, scavato nella roccia (8), collegato da gallerie con il fossato meridionale (9), con la parte avanzata del mastio (10) e con la porta della città (12-13). Questo sistema permetteva di accedere dal terzo fossato pra- ticamente a tutte le altre parti del forte: da qui si poteva colpire, dal basso, chi si fosse affacciato al margine del fossato; ma forse il sistema serviva anche ad asportare, senza esporsi ai tiri nemici, i materiali che fossero stati gettati entro il fossato per colmarlo.
Il mastio centrale era in origine costituito da una fronte a prua triangolare (E), in seguito sostituita dal complesso di cinque torri (29) destinato probabilmente a ospitare le balliste. Sembra che in origine gli spazi tra le torri fossero aperti, e che solo in una fase successiva siano stati chiusi con muri. La parte centrale del forte è costituita dal mastio G, di forma rettangolare irregolare. Qui, e nell'adiacente costruzione trapezoidale K, dovevano essere le caserme (gli ambienti ora visibili sembrano però di età bizantina, come del resto il muro che separa i due settori). Nell'edifìcio trapezoidale erano anche le cisterne (30). Una porta, protetta da una grande torre (16), metteva in comunicazione il mastio con il fossato meridionale (H), che a sua volta comunicava mediante una galleria sotterranea con il terzo fossato (D). All'estremità est dell'edifìcio trapezoidale è una grande torre (25), alla quale si aggancia il tratto meridionale delle mura dionigiane, mentre il tratto settentrionale si innesta alla torre che occupa il vertice nord dello stesso edifìcio (19).
All'inizio di questo tratto settentrionale delle mura si apre una porta (M), situata in fondo a una grande rientranza di pianta trapezoidale, destinata a proteggerne l'accesso (opera a tenaglia). In origine si trattava di un ingresso triplice (tripylon) che fu ben presto ridotto a dipylon, chiudendo la porta centrale (21). Furono allora costruiti due muri sfalsati, che obbligavano la strada di accesso a descrivere una chicane (20). In una fase successiva fu aggiunto un ulteriore grande muro frontale, che nascondeva del tutto la porta alla vista dei nemici.
Entro le mura, che qui raggiungono uno spessore di più di 7 m, sono ricavati camminamenti, che si prolungano anche per un buon tratto del settore nord. A sud della porta è ricavato un forte di pianta trapezoidale (N), difeso da una gigantesca torre, entro il quale doveva . essere collocata una grande catapulta, mo- bile per mezzo di ruote scorrenti entro rotaie, delle quali sono stati scoperti resti evidenti nel corso di recenti scavi. Da questo forte si poteva pervenire, tramite una galleria scavata nella roccia (12-15), all'interno del terzo fossato (D).
Come si comprende, tutto questo complesso sistema di gallerie e di passaggi permetteva ai difensori del castello di spostarsi rapidamente, senza esser visti dall'esterno, da un punto all'altro delle fortificazioni, dove più urgesse il pericolo, e di effettuare sortite alle spalle degli attaccanti.
Partendo dal castello si può effettuare la visita del settore nord delle mura, il meglio conservato e il più notevole, anche dal punto di vista panoramico. Molto interessante è il sito di Scala Greca, da identificare con l'antico ingresso della città detto Hexapylon, dove convergevano (e convergono ancora oggi) le strade provenienti dal Nord dell'isola. Qui si notano molte grotte: due di esse (la seconda e la terza a partire dall'uscita della statale Siracusa- Catania) ospitavano un santuario rupestre di Artemide, scavato nel 1900, che ha restituito una ricca serie di terrecotte votive, tra le quali predomina la rappresentazione della dea con il cervo.

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