Antonio Randazzo - SIRACUSANDO Il Portale di Siracusa

13/03/2019
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Antonio Randazzo

Personaggi Siracusani

Chi sono non lo so!
Certamente un curioso innamorato della vita
sempre insoddisfatto e alla ricerca dell'oltre
non desidero di più di quello che ho
Sono un sognatore che si autostima
pur considerandosi nessuno mischiato a niente che si diverte beato
Sogna e si gratifica essere ringraziando Dio che lo fa vivere invidiato
consapevole che
La profondità della terra custodisce l'oro
L'ostrica la preziosa perla
Lo scrigno dell'essere i sentimenti più puri

Se dovessi definire me stesso, alla luce delle esperienze di questi anni, incomincerei col dire :“Antonio Randazzo, una vita per fare, vivere volendo e dire facendo”.
Contadino mio padre, sarta la genitrice. Sono l’unico sopravvissuto della mia famiglia, il terzo di quattro fratelli ed una sorella.
A sei anni nella bottega del costruttore di sedie, “don Iachinu” Nardone, in via Gargallo, incominciai a conoscere ed amare il legno, subendone il fascino per tutta la vita.
Da quello stesso anno 1946 al 1951 frequenza scuola elementare.
Dal 1951 al 1956 Scuola Statale D’Arte con frequenza del 5°, sezione ebanisteria e saltuarie frequenze della sezione scultura nel legno.
contemporanea, apprendista e giovane ebanista, restauratore di mobili antichi nelle più note botteghe artigiane dei maestri Piccione, Antoci, Midolo, Malfa e altri valenti falegnami, lavorai sempre.
Per la nota crisi dell’artigianato, nel 1960, dovetti cambiare attività, non dimenticando quello che avevo nel sangue, “Impara l’arte e mettila da parte”.
Per rispondere, anche, alla chiamata di leva, nel 1960 mi arruolai nell’Arma dei Carabinieri, ricevendo diversi attestati di stima e benemerenze e tanta esperienza, prestandovi servizio fino al 1981.
Nel 1968 contrassi matrimonio e lo scorso luglio ho festeggiato il quarantesimo anniversario.
Dal 1981, per dieci anni, insieme alla moglie, catechista presso la Parrocchia di Bosco Minniti, ho accompagnato gruppi di bambini dalla prima Comunione alla Cresima.
Dicono che tutti nel corso della nostra vita abbiamo la nostra buona occasione.Tanti la vedono passare lasciandosela sfuggire.
A quel tempo, non sapevo certo che quella fosse la possibilità offertami, perché tutto avvenne casualmente.
Fui fortunato, lo confesso, ma le vie del Signore sono infinite.
Viene il giorno in cui bisogna fermarsi a riflettere e chiedersi: chi sono, dove vado, cosa voglio?
Ho realizzato nel tempo quadri, mobili in vari stili, eclettici, intarsiati, scolpiti, sempre in stile diverso, alla ricerca di una dimensione artistica o di qualcosa che soddisfacesse la mia voglia di fare.

Pur ottenendo risultati apprezzabili, non ero soddisfatto. Lasciai tavolozza e pennelli e provai a scolpire il legno.

Avevo per le mani un pannello in noce antico, tarlato, che non avevo usato in precedenza per realizzare qualcosa che dovevo. Proprio per la sua quasi inutilità, mi cimentai, armato di scalpelli da falegname, ad eseguire un bassorilievo copiando lo scudetto simbolo del Nucleo Radiomobile Carabinieri, del quale a quel tempo facevo parte.(vedi foto elenco scultura n.1)

Non è certo un’opera d’arte, ma questo mi appassionò tanto che incominciai a procurarmi sgorbie e materiale di legno nelle diverse varietà. Alcune tavole di noce ed una di gelso, le ebbi in regalo da amici del settore legname.Realizzai la mia seconda opera, la n. 2 dell’elenco.
Fu questa che m’indusse a pormi la domanda. Dovevo proseguire su quella via verso gli ideali materiali che mi proponevo a quel tempo, o avvicinarmi al Dio che non conoscevo, ma che indicavano quale Creatore?
Da questa prima domanda scaturirono le scelte fondamentali della mia vita e quindi il resto è stato consequenziale.

Sono cresciuto insieme alle mie opere intellettualmente e moralmente, ponendomi obiettivi o ideali da raggiungere sempre più elevati.
Partendo dal materiale a disposizione mi sono chiesto cosa potessi realizzare. Spesso una parola, una frase, un concetto teorico, segni di matita, materiale a disposizione, nodi, protuberanze, spaccature, fradiciume da eliminare e tutta una serie di considerazioni, hanno dato lo spunto.
Incominciare a lavorare subito e riflettere successivamente, in corso d’opera, sulle cose che volevo realizzare e sui concetti che avrei voluto esprimere.
Il risultato finale mi ha sempre meravigliato, mentre ne traevo il significato, alla luce delle mie esperienze pratiche, teoriche, ideali.
Non ho mai copiato.

Tutto è frutto della mia fantasia, della memoria visiva e tattile.
Ogni cosa rappresenta un momento storico, stato d’animo, tentazioni, scelte, prese di posizioni, rifiuto di certe situazioni, analisi di fatti o notizie presenti e passate registrate nella memoria, o semplici deduzioni.
Ogni opera può essere considerata un bozzetto, lo studio per la successiva, la ricerca di tecniche o esperienze sempre nuove.
Mai ho preparato un disegno, realizzato un bozzetto, finalizzato all’esecuzione dell’opera finale.
Io sono, perché mia moglie è, per quello che ho vissuto, per le conoscenze, amicizie e situazioni, ma soprattutto, per l’educazione di base ricevuta dalla famiglia e, quella acquisita nell’Arma dei Carabinieri.
Mai mi sono definito uno scultore o maestro, se non per esigenze linguistiche nel presentare le richieste ai competenti organi amministrativi, così come non sono uno scrittore o poeta, pur avendo scritto alcuni libri, il commento alla mia “Via Lucis”, e tante poesie in vernacolo.
La pagina che scrissi nel libretto della “ Via, Lucis” è quanto mai veritiera.
A chi si trovasse a leggere il presente, auguro che non si lasci scappare la sua occasione e, quindi, di fermarsi a riflettere sui veri valori ideali, in quest’epoca, dove tutto è finalizzato al potere ed al possesso.
Mi definisco e posso considerarmi autodidatta e disdegno ogni accademismo.
La scelta d’elementi simbolici nelle mie opere è un tentativo di comunicare immediatamente ed in modo chiaro, alla gente comune, valori che evidenziano la realtà.

Credo fermamente e spero nell’avvento di un mondo giusto e libero, nel quale l’uomo, finalmente, giunga a quella perfezione cui è predestinato.

Antonio Randazzo

LO GNOMO DI ORTIGIA




Artigiano del sogno: credo sia il modo più acconcio di avvicinarsi ad Antonio Randazzo ed a ciò che le sue mani, la sua mente, il cuore…riescono a far nascere dal niente, come fosse un incanto, come fosse una goccia di speranza,flebile e dolcissima, rubata – per un attimo- al gran teatro della vita ed a tutti quegli sperduti angolini che sono le tante trascuratezze, le tante dimenticanze di cui riempiamo-troppo spesso- il gran vuoto della storia che ognuno di noi è. Zattera in deriva o barca con nocchiero a man ferma, l’ognuno di noi che di se stesso cerca di fare di essere persona, non può non sostare, in silenzio, a godere di quanto Antonio Randazzo, artigiano del sogno, ci suggerisce: con modi garbati, si, ma con la fermezza ed il passo sicuro di chi vive, beato la certezza (e non la saccente sicumera) di vivere nel giusto. Di essere dislocato in quel limite, ad un tempo sottile tanto quanto robusto, in cui la parola dell’utopia si intreccia con la parola irripetibile della poesia, con la parola vestita della scultura, con la parola piana e distesa del racconto, o del dialogo o della favola, o dell’incisione… e così via lungo tutti i possibili percorsi del “dire” su cui si inerpica Antonio Randazzo, artigiano del sogno.

Ed il sogno si fa vita vissuta: si attorciglia attorno alla speranza, di essa si veste… e cammina per le vie del mondo, di quel mondo reale fantastico insieme che è Ortigia.
Come l’incantesimo, in un bosco, in un bosco delle favole- per capirci- fa sentire i suoi

profumi tra i cespugli, le radici sconnesse, tra le fronde ed il loro fruscio, tra i mille e mille suoni che accompagnano lo scricchiolio dei passi, fermi e cadenzati, sulle foglie secche (tappeto di carezze per noi viandanti a caccia sempre di qualcosa), così l’incantesimo di Ortigia fa sentire i suoi profumi tra i crocicchi nascosti, le gocce di salsedine che umettano le labbra o la pelle bagnata da umidi millenari, che quasi ti soffocano e ti abbracciano con quell’affetto sì forte da sentire il cicaleccio delle ossa come fossero contate da abili mani che scorrono su e giù su un flauto magico cui vengono dietro infinite, infinite cose: in fila, muffolette ancora olezzanti di forno, uva passa sbrizzata di zucchero, schegge di sole, ombre di vento, balconi fioriti, stridii e cigolii d’imposte, di porte aperte e sbattute, foschie di

scirocco e lucentezze del ponente che gira, fino al maestrale che spazza, pulisce, ristora, riapre i discorsi sulle gole riarse.
Ed è lì, tra tutto questo e tanto altro ancora, che improvvisamente, quasi fosse un elfo del bosco, che sbuca lui: Antonio Randazzo, lo gnomo di Ortigia, l’artigiano del sogno.
Spunta, spunta come la punta di una fiammella d’un cerino strusciato sul vento e così, subito, acceso, con un puf! E parla, attacca discorso, Antonio Randazzo, lo gnomo di Ortigia, l’artigiano del sogno, come vi avesse appena lasciato lì da pochi minuti per poi riprendere ciò di cui si parlava e, magari, invece sono passati tre giorni, o tre mesi, o tre anni o tre millenni.
Non fa differenza, perché lo gnomo di Ortigia, in verità, parla per se stesso, per il sogno che sta costruendo, come fosse una ciambella odorosissima d’olio buono e zucchero caldo che fa da aureola di laica santità ad ogni testa che, come lui, come Antonio, lo gnomo di Ortigia, riesce ancora ad avere gusto per il sogno: per qualcosa in cui credere, per qualcosa che vale e per cui vale la pena di incitare le pene della vita a sublimarsi nel racconto eterno della poesia, dell’arte, della scultura. Così tira fuori dalla forma incoata e vuota del nulla, con mani sagaci, mente arrufolata di profumi di bosco, lingua disciolta dal canto odisseo dello scirocco antico, col cuore pulsante di sangue e passione d’un amore fremente per tutto ciò che Sicilia è, e potrebbe ancora essere, e potrebbe non essere, ma forse sarà o è o fu o tornerà ad essere (mescole titaniche il cui olezzo è pari in intensità solo al siculo origano selvatico di mare cotto al sole stanco dell’imbrunire) … così Antonio Randazzo, lo gnomo di Ortigia, tira fuori le sue sculture oggetto del suo pensare, soggetto di tutto quanto, questo artigiano del sogno, ci vuole dire ed è tantissimo: senza fine. Come il suo ardore di vivere, il suo pathos, per ciò che vale, ciò che è giusto, ciò che è bello, ciò che è, perché c’è. Perché è. Antonio: non zittire mai le tue labbra e le tue mani, anche quando, frettolosi, scappiamo perché le premure pressano il nostro passo.
Antonio: gnomo di Ortigia, non temere i nostri silenzi; spesso non capiamo, perché non sappiamo più sognare. Aiutaci.

Accendi un altro cerino strusciandolo al vento.
Antonio: artigiano del sogno.
Insegnaci, ancora, ad essere, come te, matti per la vita ed un po’ pazzi d’amore, magari un po’ tanto.
Ancora, di cuore: grazie!

Per maggiori informazioni visita il sito: www.antoniorandazzo.it
potrai ammirare anche le varie opere di scultura, pittura e altro.

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